In via Varrone 30, sul lato sinistro dell’ignaro viandante proveniente dalla Torre Rossa, si erge un palazzo giallo, come tanti, con un portoncino in ferro battuto, come tanti. Come pochi portoni, però, il confine che esso segna non è semplicemente spaziale, tra dentro e fuori, bensì anche temporale, tra oggi e ieri: dietro il suo apparente anonimato giacciono infatti, appartati, i resti di una domus risalente all’epoca romana.
Domus, dulcis domus… Per chiunque, niente è più domestico, intimo e familiare della propria casa.
La romanità e la latinità innervano così profondamente l’intero tessuto culturale italiano, loro eredità, che ancor oggi, a distanza di millenni, esse intrecciano il piano concreto (i resti archeologici di una casa di età romana in una media cittadina dell’Italia settentrionale, Asti) e quello immateriale (la parola latina domus, da cui domestico, domicilio, addomesticare…).
Certamente, il concetto che sta alla base della casa deve essere rimasto sempre il medesimo da quando si è originato: essa costituisce il nido, la tana, insomma il riparo di un particolare animale, nonostante tutto ancora sociale per natura (o Aristotele, dove sei quando ci servi?) che si chiama uomo.
Come tale, perciò, essa avrà necessariamente delle pareti che la delimitano rispetto all’esterno (magari colorate, per appagare il senso della vista…), pavimenti su cui camminare (magari coperti da morbidi tappeti oppure da pietre colorate…), impianti per riscaldarsi durante la stagione fredda (a proposito: siamo sicuri che il riscaldamento a pavimento sia poi tanto recente?…), stanze comuni e stanze private dove potersi raccogliere oppure isolare quando si preferisce…
Inoltre, una casa può essere più o meno bella, lussuosa o spaziosa a seconda delle condizioni socio-economiche del proprietario, oppure a seconda della zona dove è stata edificata…
Ebbene, per indagare tutte queste suggestioni generali e scoprire se almeno alcune di esse si possano cogliere effettivamente anche in una casa di epoca romana, è possibile visitare quella di via Varrone 30, antica zona residenziale di Asti.
I resti della domus di epoca romana furono rinvenuti sotto l’edificio di via Varrone 22. Si tratta di un piccolo e prezioso ambiente di scavo che permette di scoprire le fasi più antiche della storia della città di Asti, visitando i resti archeologici di un’abitazione patrizia della seconda metà del I secolo d.C. La fondazione di Hasta si può far risalire al 125-123 a.C. circa, anni delle campagne militari del console Marco Fulvio Flacco nel Piemonte meridionale, e rientra nel programma di politica agraria di distribuzione delle terre voluta da Tiberio e Caio Gracco, del quale Flacco era stato fervente sostenitore. La posizione geografica favorevole ai commerci e la qualità dei suoi prodotti (calices, anfore e laterizi) fecero di Hasta nei primi due secoli dell’Impero un centro popoloso e vivace.
La domus sorgeva circa 80 m a nord della porta urbica occidentale (Torre Rossa), vicino a una della estremità del decumano massimo (attuale corso Alfieri), nel quadrante nord- occidentale della città romana, eletto dalle famiglie più agiate a quartiere residenziale d’élite; la presenza in quest’area del patriziato cittadino rendeva dunque particolarmente ricercate le decorazioni e gli arredi in abitazioni di questo tipo.
Nell’area di scavo di particolare interesse è il tappeto a mosaico che decorava il pavimento in cocciopesto del triclinium, l’area destinata ai momenti di convivialità. Il mosaico, a fondo bianco con inserimento di formelle tonde, rettangolari e romboidali in marmo colorato, è stato realizzato con la tecnica dell’opus tesselatum abbinata all’opus sectile ed è arricchito da figure di pesci e di ramoscelli d’edera, delimitato da due cornici a tessere bianche e nere: una a spina di pesce e una a treccia.