Corso Vittorio Alfieri 2

Una linea di demarcazione attraversa da parte a parte, in senso longitudinale, la città di Asti.
I Romani, al tempo dei quali essa risale, l’avevano battezzata decumano massimo, noi, al giorno d’oggi, la chiamiamo Corso Alfieri.
Come un tralcio di vite steso e proteso attraverso la città, dal quale pendono succosi grappoli d’uva matura, essa sfoggia i monumenti artistici, i siti storico-archeologici e i luoghi di cultura della città di Asti e della Fondazione Asti Musei.
Alla sua estremità occidentale, giace la Domus di Via Varrone, che ha inaugurato questa rubrica; all’estremità orientale, sorge il complesso di San Pietro.
Confidenzialmente conosciuto, tra gli Astigiani, come “Battistero di San Pietro”, esso è in realtà un monumento articolato, composto da più corpi di fabbrica.
La struttura rotonda, il battistero vero e proprio, risale ai primi decenni del XII secolo, quando il lombardo Landolfo di Vergiate, nuovo Vescovo di Asti, forse a compensazione della recente cocente disfatta di una crociata in Oriente da cui era reduce, promosse la costruzione di una chiesa intitolata alla Resurrezione, eretta a immagine e somiglianza della Rotonda dell’Anastasi di Gerusalemme. La rotonda, dunque, non è un battistero (tale diventerà solo nel XVIII secolo) bensì una chiesa, e nemmeno una qualunque, bensì una copia di quella che sorge sul luogo più sacro della cristianità: il sepolcro da cui risorse Cristo. Se i fedeli non potevano recarsi a Gerusalemme, potevano almeno visitare la Rotonda di Asti (e quante altre, sparse in Italia e in Europa!) per colmare quella necessità di devozione e spiritualità…
Al suo interno, otto colonne composte da fasce alternate di rossi mattoni e bianchi blocchi di arenaria, congiunte da archi a tutto sesto, accerchiano il fonte battesimale cinquecentesco che perciò, in origine, non si trovava lì ma, come in ogni chiesa, a ridosso dell’ingresso. La cupola che si innesta su di esse riporta, invece, pitture settecentesche, restaurate nel 1932.
Il filo che lo lega al Santo Sepolcro, in realtà, si avviluppa attorno al nostro monumento più volte: l’aula quadrata, una cappella, fu aggiunta a metà del XV secolo per volontà di Giorgio, Conte di Valperga e Gran Priore di Lombardia dell’ordine degli Ospitalieri di San Giovanni, i quali erano, per l’appunto, custodi del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Da allora, l’intitolazione originaria fu sottratta alla Resurrezione e riassegnata a San Pietro, in onore della sede precedente degli Ospitalieri. 
Con l’orgoglio di un novello crociato che ha riconquistato un lembo di terra al suo Signore, il conte pose la firma in duplice copia, con il suo stemma (a fasce rosse e oro con al centro una pianta di canapa), alla sua opera architettonica: nella chiave della volta e nella cornice in cotto dell’oculo rotondo.
Per ragioni di sicurezza, recarsi a Gerusalemme, in tempi di medioevo, non è consentito: ringraziamo Landolfo a cui dobbiamo la possibilità di raggiungerla almeno in Corso Alfieri!